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Opi antica
Testi a cura di Andrea Di Marino  maggiori info autore
"Quasi tutti i popoli dell'Italia centro meridionale, fino al Tevere ed al Rubicone, nel 2000 a.C., avevano in comune lo stesso idioma, costume e religione, ed erano chiamati col nome generico di Opici, di stirpe ariana. Vennero in Italia per via terra, stabilendosi sulle alture dei monti Marsicani; Platone, nel libro IV delle leggi, afferma che gli antichi denominavano un popolo dalla natura del luogo. 

Dall'etimologia del nome si nota che Opsco, Opico, Osco, nelle antiche lingue italiche, significa ricco per fertilita di suolo. In greco ottos significa succo vegetativo, in latino opes ricchezza, abbondanza; ed Ope, terra; coltivatori della terra. Aggiungendo alla voce Osci l'articolo The, si avra Theosci, Tosci, Tusci, appartenenti agli Osci e Opici. Aggiungendo aiter, che vuol dire padre, si avrà Aiterosci, Etruschi, padri degli Osci. Aggiungendo Vol, che significa contesa, si avrà Volsci, battaglieri. A Roma, il vico Giano si chiamava Tusco, ossia degli Osci (Opici). 
  
Nei Marsi erano famosi i tempi di Diana, di Cerere e di Osiride in Opi. Avevano forma rotonda, a sei, sette e a otto facce. In aprile ricadevano le feste in onore della Dea Ope, che si celebravano per allontanare la carestia e la prolungata siccita. Durante la mietitura del grano si festeggiava Cerere: il sacrificio in suo onore si chiamava costo (costum), perché in quel giorno tutti gli intervenuti dovevano astenersi dal mangiare certi cibi e dall'uso del coniuge.

La dea Venere sotto il nome di Diana e Cerere era adorata in Opi, assieme ad Osiride che rappresentava il sole, protettore dell'agricoltura. Alla Dea Feronia, figlia di Saturno e di Ope, sorella e moglie di Giove, adorata dai Marsi, era sacro il porco, ed i contadini facevano i sacrifici in suo onore. La Dea Ope, o Vesta, aveva forma di donna velata, colla testa turrita e giaceva innanzi ad un'ara cubica di pietra, dove ardeva fuoco perenne, conservato con massima cura da quattro sacerdotesse: le sacre vergini vestali erano rispettate al pari dei magistrati. Il loro ufficio durava trent'anni; dopo, potevano lasciare il sacerdozio e sposarsi. Nelle feste in onore di Ope si usava per i sacrifici un vaso di bronzo elegantemente adornato. Ope, o Vesta, rappresentava il principio femminile della creazione, dea della fecondità della vita, dell'amore e, quindi, l'origine religiosa delle famiglie. Aveva la tutela delle abitazioni e dei focolari, ed era la gran madre degli dei e degli uomini. 
  
La sua festa si celebrava in primavera, quando la terra, risvegliandosi, diviene feconda. Il suo tempio, di forma circolare, cinto da colonne, coll'ara del fuoco sacro nel mezzo, era una camera ardente; se il fuoco sacro familiare si spegneva, si temevano disgrazie per la famiglia. Se si spegneva quello del tempio, ciò era triste presagio per lo Stato. Gli si offriva il farro, ed aveva sacro l'asino. Durante le sue feste si coronava l'asino e si gridava: Festum est Vestae, asinus coronatur. Il centro abitato, all'epoca, si trovava sotto il colle di Opi, sotto il monte Marsicano e si chiamava Fresilia. 
  
Nel 326 a.C., durante la seconda guerra sannitica, i Marsi erano fedeli alleati di Roma e il loro territorio era il centro strategico delle operazioni militari contro il Sannio. Nel 316 a.C., i Sanniti attaccarono i centri abitati di Milonia, plestinia (attualmente Pescasseroli) e Fresilia (attuale Opi). I Marsi allora, nel vedere le loro terre devastate e non avendo ricevuto alcun aiuto da Roma, si sentirono traditi e giurarono odio contro Roma, offrendo la loro alleanza ai Sanniti e ai loro antichi amici Umbri, Piceni, Frentani, Marrucini, Peligni, Ernici ed Equi. Il primo frutto di questa alleanza fu la restituzione di Plistia (Pescasseroli) e Fresilia (Opi). Nel 305 a.C., i Marsi mossero guerra contro Roma ed attaccarono Carseoli. 
  
Il dittatore M. Valerio Massimo li respinse e tolse loro Alba Fucens e Cerfennia (Colle Armele) e li costrinse a rinchiudersi nelle loro città fortificate: Marruvio, Milonia, Plestinia e Fresilia. Valerio Massimo trasporto le macchine d'assedio, e dopo fiero assalto, prese l'una dopo l'altra le tre città, Balardi dei Marsi, Milonia, Plestinia; Fresilia (Tito Livio). Dopo questa sconfitta, Roma riammise i Marsi nell'antica alleanza. Alba Fucens divenne la più grande e meglio fortificata colonia romana dell'Italia centrale. Dalla Capital Marruvio, lungo la valle del Giovenco, una strada romana portava alla fortezza di Garasano, a Melonia (Carreto), a Plestinia (Pescasseroli), a Fresilia (Opi); fino ad Aufidena nel Sannio. Delle superbe fortificazioni delle città Marse, rimane appena qualche traccia. 
  
Alcune, come Fresilia (odierna Opi), era forte per posizione naturale. Fresilia, anziché città fortificata, era un santuario ed un luogo di sollazzo in estate. Nel 294 a.C., i Marsi si allearono nuovamente ai Sanniti ed assediarono il campo del console romano Marco Attilio Regolo che, avendo ricevuto l'aiuto di rinforzi dell'altro console Postumio Megello, costrinse i Marsi a ritirarsi nelle loro città fortificate di Milonia, Plestinia e Fresilia. Assediati dai Romani, con le loro macchine da guerra, le città furono prese e saccheggiate. Tremila Marsi caddero sul campo, altri quattromila furono fatti prigionieri. Anche questa volta i Romani non imposero ai Marsi nessuna condizione umiliante, i quali d'allora in poi furono sempre leali e strenui alleati dei Romani. 
  
Lo dimostrarono nel 215 a.C., durante la seconda guerra punica, quando Annibale, dopo aver inflitto ai Romani la terribile sconfitta a Canne, si avvicino a Roma. Allora furono consultati gli incantatori dei serpenti e le maghe marse. Le città fortificate marse di Marruvio, Milonia, Plestinia e Fresilia rimasero calme di fronte a tanto terrore ed ordinarono pubbliche preghiere nei santuari e sacrifici agli Dei. Annibale, in odio dei Marsi che erano rimasti fedeli a Roma, volle punirli. Nel suo rapido passaggio nella Marsica, devasto le città fortificate di Marruvio, Milonia, Plestinia e Fresilia. Dappertutto rimasero segni della sua crudelta: donne e fanciulli bruciati vivi, nobili affogati nei bagni o nei pozzi, prigionieri turpemente straziati, altri lasciati per le vie coi piedi tagliati; altri gettati nelle fosse e nei fiumi.
  
Il motto "Hannibal ad portas" (Ecco Annibale alle porte) incuteva a tutti spavento. 20 Verso il 150 a.C., Marruvio costrui fuori le mura della città un magnifico tempio corinzio, dedicato a Venere Mirtea. La rinomanza di questo tempio e la dea diedero il nome all'attuale villaggio di Venere. Poiché Roma indugiava a concedere la cittadinanza romana agli Italici, e quindi ai Marsi, dopo che Livio Druso più volte aveva proposto questa legge senza esito, l'assemblea generale della capitale dei Marsi, Marruvio, acclamo Poppedio Silone sommo capitano, e lo invio a Roma per trattare. Questi, resosi conto che Roma era decisa a non cedere, fondo la Lega degli Italici composta da Peligni, Vestini, Marrucini, Frentani, Irpini, Lucani e Sanniti e mise in piedi un numeroso esercito del quale i Marsi furono l'anima. La capitale della Lega italica era Corfinio, situata nei pressi di Sulmona. 
  
Il piano di Silone era quello di piombare con gli eserciti provenienti da tutt'Italia su Roma. Nel 91 a.C. ebbe cosi inizio la guerra sociale, detta anche Marsicana. Il console romano Caio Mario si accampava sopra Opi dopo aver assoggettato le città di Antino, Plestinia e Fresilia. Opi era un santuario e qui Mario trascorreva una vita promiscua, fra le concubine e le maghe sirie. Tutte le città fortificate marse furono devastate ed arse. L'ultimo baluardo dei Marsi, Marruvio, subi un lungo assedio ed i suoi cittadini rimasti a difenderla, stretti dalla fame, anziché  arrendersi, incendiarono loro stessi la città e si seppellirono sotto le rovine di essa. I Romani, come bottino di guerra, trasportarono a Roma la statua marmorea di Venere Mirtea. 

I marsi allora chiesero la pace, ed ottennero la cittadinanza romana nell'89 a.C. per effetto della legge Plauzia-Papiria, e furono assegnati alla tribù Sergia. Un guerriero di Opi, Palombo Marioantonio, soccorse l'antica Atina assediata dai Romani e dopo un cruento combattimento riuscì a liberarla. Nel 186 a.C. venne presa una pietra dal Tempio di Opi per costruire a Roma un tempio analogo sul Campidoglio, mentre nel 114 a.C. un altro venne costruito nel foro Romano, chiamato Opiforo, in onore della Dea Ope. Dal 144 al 140 a.C., Antonino Pio, rinnovatore degli antichi culti, fece coniare una moneta su cui era rappresentata una donna troneggiante, chiamata Opefera, che aveva in mano due spighe di grano, mentre vegliava sull'imperatore". 
(dalla Enciclopedia dell'Arte Antica) 
   
 
Presso Opi venne scoperta su una rupe dal monaco camaldolese D'Angelo Calogero, una scritta in onore di Giove. 
( Gesuita O. Giuseppe Volpi)
 
Testi tratti dal libro Storia di Opi
 
 
 
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