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Il Sannio ed i Sanniti
Testi a cura di Andrea Di Marino  maggiori info autore
"Un costante coraggio ed un'instancabile volontà d'essere liberi rendono la storia dei Sanniti d'appassionante interesse. Lo ammettevano anche i loro avversari Romani, e i loro storici utilizzarono gli episodi delle guerre sannitiche per abbellire e magnificare vicende di altri periodi della loro storia. La leggenda di Fabio, ad esempio, che conduce con se quattromila suoi uomini al Cremera nel 477, deriva dall'azione di un più tardo Fabio che seleziono una forza militare di quelle dimensioni che lo accompagnasse a Sentinum nel 295. Allo stesso modo i poeti romani trovarono materiale per narrazioni e poesie nella saga sannita. 
  
Gli elenchi dei popoli italici in Virgilio e in Silio Italico debbono non poco alle testimonianze delle guerre sannitiche. Ancor maggiore fu l'influenza dei Sanniti sulla vita romana. Senza contare tutti gli usi e le istituzioni che possono essere fatti risalire a essi, i Sanniti furono la causa involontaria di alcuni dei più importanti sviluppi della storia romana, e in un certo senso si può dire che l'influenzarono prima ancora ch'essa fosse propriamente iniziata. La loro espansione nell'Italia meridionale interruppe il flusso di idee e di influenze che la primitiva Roma era andata ricevendo dalla Grecia arcaica tramite gli Italioti e gli Etruschi. L'isolamento, spesso sottolineato, di Roma dalla cultura ellenica durante il V e IV secolo fu principalmente dovuto al consolidarsi nel Sannio e nella Campania di tribu sabelle lente ad allontanarsi dalle loro tradizionali vie. 
  
I Sanniti non sfuggirono affatto all'influsso greco, ma furono meno ricettivi degli abitanti della pianura e, di conseguenza, suoi cattivi propagatori. Essi costituirono un ostacolo ad ogni continuato e facile contatto tra Roma ed il sud ellenizzato. Nel corso del tempo i Romani rimossero la barriera ed i rapporti vennero riallacciati, ma l'inevitabile conseguenza dell'interruzione era stata di conservare il carattere nazionale dei Romani fedele a se stesso. Il clima nel quale essi divennero maggiorenni fu italico: svilupparono le proprie forme di governo e le proprie istituzioni civili e perfezionarono la loro organizzazione militare di fronte alla dura sfida di un avversario valente e virile. L'influenza dei Sanniti fu per un lungo e cruciale periodo costante, immediata ed inevitabile: essi li incitarono e li spronarono sulla strada dell'impero. 
  
Prima delle guerre sannitiche a fatica i Romani estendevano lo sguardo al di la del Lazio e della valle del Trero, ma come risultato di quelle grandi lotte l'orizzonte romano si allargo fino ad abbracciare tutta l'Italia. Se vi fu un tempo nel quale anche i Sanniti guardarono lontano, essi non ebbero la stessa capacita dei Romani di utilizzare al meglio le loro occasioni: nell'aiutare Roma a sconfiggere i Latini furono colpevoli di un grave errore di valutazione politica, e più di una volta mostrarono di non saper sfruttare le proprie vittorie. Da questo punto di vista la loro abilità nelle armi può aver costituito uno svantaggio, poichè li acquieto nella compiacenza di se e nell'incapacità di sfruttare un successo con tutta la dovuta intransigenza, e porto altri Italici a temerli piuttosto che appoggiarli, anche quando la bilancia delle forze pendeva ormai dalla parte di Roma.
 
In realtà non sarebbe affatto esagerato affermare che, distogliendo le preoccupazioni italiche da Roma e facendole rivolgere verso di se, essi fecero scudo dell'espansione romana. Inoltre, una volta che i Sanniti ebbero abbandonato le loro natie montagne, il separatismo tese a prevalere sui loro istinti federativi, e ciò avrebbe frustrato ogni loro tentativo di creare un ampio impero. Ben diversamente andarono le cose con i Romani. Fu lo sforzo necessario per sottomettere i Sanniti a cementare la compagine cittadina romana: Gavio Ponzio, come Annibale, potrebbe giustamente essere descritto come uno dei creatori della grandezza romana, anche se tanto lui quanto il grande cartaginese avrebbero certamente odiato un simile appellativo. Sia nato o meno all'interno di un gruppo patrizio l'impulso iniziale dei Romani a un'espansione verso il Sud, fu in larga parte grazie alle guerre sannitiche che la vittoria plebea nella lotta tra gli ordini avvenne proprio in quegli anni.
  
I plebei sfruttarono la prima di esse per ottenere la concessione che uno dei consoli e uno dei censori dovessero sempre essere scelti tra di loro. Nella seconda guerra venne stabilmente fondato il potere del senato e si creo e consolido una nobiltà patrizio-plebea; e nella buona come nella cattiva sorte tanto il senato quanto la nobiltà avrebbero svolto nel futuro ruoli di primo piano. Nella terza guerra il trionfo plebeo fu portato a compimento: la Lex Hortensia passo appena tre anni dopo la fine delle ostilità. Allo stesso modo, furono le guerre sannitiche a costringere per prima i Romani a ricorrere alla prorogatio imperi, con tutte le sue implicazioni per il futuro sviluppo costituzionale dello Stato, così come fu proprio nella foga e nelle difficoltà di questi conflitti che i Romani forgiarono la macchina militare che doveva umiliare Cartagine. 
  
Le campagne contro il Sannio furono le prime ad insegnare ai Romani come risollevarsi da una sconfitta, come allestire operazioni molto lontano da Roma e come venire a capo di gravi difficoltà logistiche. Non fu del resto certamente il fortuito incagliarsi di una nave da guerra punica su una spiaggia italica a portare i Romani alla vittoria nella guerra sul mare, ma la creazione di un'agguerrita marina quasi mezzo secolo prima per assalire i territori controllati dai Sanniti. Non molto meno significativa fu l'influenza dei Sanniti su una fase molto più tarda della storia romana. Furono la capacita di resistenza e l'ostinata determinazione sabelle nella guerra sociale che costrinsero i Romani a trasformare la loro comunità civica in un ampio stato geografico, abbandonando il loro progetto originale di tenere gli insorti italici arresisi in stato di permanente inferiorità. 
  
Non altrettanto immediatamente ovvio e lo specifico influsso che i Sanniti possono aver avuto sul pensiero e la prassi politica romani. Se aiutarono Roma a divenire grande, e facile supporre che l'aiutarono anche a diventare arrogante: essa emerse dalle strenue lotte contro di loro infinitamente più forte, più abile nell'imporre la sua volontà e meno incline al compromesso e anche alla consultazione. In ultimo, fu proprio per quest'arroganza, impersonata da Silla, che i Sanniti combatterono fino a far perire la loro nazione. Può essere difficile decidere in quale misura si dovette al loro esempio se i Romani presero atto e si riconciliarono con l'idea che romano ed italico non erano termini incompatibili, ma si ammetterà che fu in primo luogo in seguito ai loro sforzi che essi furono infine costretti ad accettare qualcosa di simile ad un sistema federale per l'Italia: se alla fine Roma risulto essere la Communis patria di tutti gli Italici, ciò fu paradossalmente dovuto in larga parte alla dura opposizione dei Sanniti. 
  
Similmente, la vita religiosa della repubblica romana si intensifico durante le guerre sannitiche. Le pressioni e gli sforzi che esse imposero portarono all'introduzione a Roma di Dei stranieri ed ad una rapida crescita nella costruzione dei templi. I poveri Sanniti difficilmente poterono arricchire l'economia romana con enormi bottini, ma fu durante la lunga lotta contro di loro che crebbe e germoglio a Roma una classe mercantile, incarnata forse da Ap. Claudio Ceco, il celebre censore. E si ricorderà che le prime monete emesse dallo stato romano (l'aes grave) furono una diretta conseguenza della terza guerra sannitica. Si può naturalmente sostenere che tutti questi sviluppi avrebbero comunque avuto luogo, e che il solo contributo dei Sanniti fu quello di farli precipitare proprio in quegli anni, ma questo e di per se sufficiente a conferire loro importanza, poiché, se anche fosse vero che i Sanniti non fecero che accelerare l'inevitabile, il mondo e diventato ugualmente qualcosa di completamente diverso proprio perché essi sono giunti alla ribalta in un determinato momento. 
  
Chi può sapere quale futuro avrebbe aspettato l'Italia, l'Europa ed il mondo, se essi non avessero accelerato il corso della lotta tra i patrizi ed i plebei di Roma e immensamente accresciuto il ritmo del cambiamento economico e sociale? I Romani non lo ammisero e possono non aver compreso l'importanza dei Sanniti per il loro sviluppo. L'ostilità ch'essi provavano verso di loro non diminuì mai. 
In un periodo successivo, l'imperatore Claudio avrebbe sottolineato che il vero segreto di un imperialismo vittorioso stava nella disponibilità ad accettare gli sconfitti, ma i Romani della repubblica dimostrarono una netta riluttanza ad accogliere i Sanniti fra loro, e preferirono decimarli, disperderli ed indebolirli, non accettandoli bensì distruggendoli. Con altri italici preferirono mettere una pietra sul passato: ai Sanniti non aprirono mai veramente le loro file. 
  
Essi potevano essere un popolo italico - ed in realtà erano il più italico di tutti i popoli della penisola - ma non erano adatti ad essere inclusi nell'area territoriale romana: la loro condizione era quella degli Spagnoli, dei Numidi e dei Parti. La loro sconfitta a Porta Collina, dove avevano solo costituito un elemento dello schieramento perdente di una guerra civile, venne celebrata per secoli dai Romani come un trionfo su nemici esterni più che come l'ultimo atto di un feroce conflitto interno. Nondimeno i Sanniti riuscirono a conquistarsi un certo rispetto da parte dei loro conquistatori. Questi furono inclini a coniare epiteti di indulgente disprezzo per altri Italici, quali "obesus Etruscus", "parcus Umber", "Lanuvinus ater atque dentatus", ma i Sanniti riservarono un più severo appellativo: "belliger Samnis". Livio li definisce ostinati, pazienti e coraggiosi: anche quando le fortune della guerra erano contro di loro, essi affrontavano i Romani "con più coraggio che speranza" e "solo la morte poteva aver ragione della loro risolutezza". 
  
Era abitudine di Roma, diceva il poeta, risparmiare i conquistati. Eppure i Sanniti non furono risparmiati: furono fatti scomparire, dispersi e assorbiti nell'avvolgente diluvio latino, cosicché la lingua da loro parlata e rimasta a lungo silenziosa ed il loro modo di vita e svanito quasi al di la della nostra  comprensione. Possiamo rimpiangere la sconfitta degli ultimi campioni delle libertà locali in Italia, o approvare la soppressione di un ostinato e pericoloso regionalismo - e indubbiamente bisogna ammettere che la loro indipendenza era sinonimo di danno per i loro vicini ma l'ammirazione per l'umano coraggio e la costanza rimane, e non vi e luogo in cui sia espressa più eloquentemente che nelle parole del più patriottico degli storici romani: " Non fuggivano La guerra, ed erano cosi lontani dallo stancarsi di una difesa anche senza successo della loro liberta, che preferivano essere conquistati piuttosto che rinunciare a sforzarsi di vincere ".
 
Testi tratti dal libro Storia di Opi
 
 
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