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Descrizione di Opi di un Vescovo dei Marsi
Testi a cura di Andrea Di Marino  maggiori info autore
"Si racconta che Giovanna, prima Regina del Regno di Napoli figlia di re Roberto, in occasione di portarsi a Sulmona per sedare una lite ivi insorta, passo ad Opi con la contessa d'Aquino ed altre donne e vi si riposo alcuni giorni e, andando a spasso, in una fontana vi lascio il nome della Regina. Anche prima questa terra fu posseduta dai signori della famiglia Cimini e poi dalla famiglia De Angelis della terra di Scanno. 
  
Opi fu prima Castello chiuso e forte, situato tra una corona di montagne nel fine della provincia di Abruzzo Intra nei confini di Terra di Lavoro. Risiede in mezzo d'una valle arrotondata nel seno di dette montagne sopra un monticello che avanza detta Valle in mezzo a guisa di un Cavallo il di cui capo verso settentrione vien mezzo da balzi e dirupi che formano una foce passandovi a capo il fiume e declinando a Monte verso mezzogiorno gli rende una salita alquanto comoda, verso Oriente ed Occidente va quasi a piombo e non vi si può salire, se non con molta fatica. 
  
Il monte e da tutto nudo, di modo che rende il luogo cosi forte nella natura che solo dieci uomini possono ripararsi... ed e quasi un miglio d'altezza. Essendo il luogo esposto a tutte direzioni e ben bersagliato da tutti i venti e segno che... e cosi arido e il freddo e neve grande che vi casca e ghiaccio che i poveri... cosi non possono mai uscir dalle case, mai scostarsi dal fuoco. All'incontrario e cosi delizioso e dilettuoso d'estate con un'aria cosi soave e temperature che ne possiede... e dedizione... come molte volte fanno i signori del Vasto, una volta... di volatili cioè di Pernici, starne, colombe, tortore, quaglie... vi sono in abbondanza lepri, volpi, orsi, lupi, leopardi, gattopardi e molte specie fra le quali montagne verso oriente, che sono quelle inaccessibili e in più luoghi non vi si può andare di nessuna maniera per i balzi, j dirupi scoscesi ne sono in grandi quantita gli animali detti dai paesani camosci, simili in tutto a quei caproni dell'India Orientale, a quali si trova il Bezoar nei camosci vecchi".
   
 

Descrizione della terra di Opi a. d. 1711 D.O.M. 
 

"Opi vien detto da Ope, sorella e moglie di Saturno, figlia del cielo e di Vesta (sic). Edifico questa terra nel tempo istesso che Saturno edifico le cinque celebri città del Lazio, cioè Anagni, Alatri, Aquino, Arpino ed Atina, come dottissimamente argomenta e prova nella sua antica Arpina (sic) il padre Clavell, in segno di che ancora si ritengono in Opigli (sic) nomi di Piaggia e Colle come usano ab antico le prenominate due Alatri ed Arpino, trattandosi con Opi scambievolmente franchi e riconoscendosi ancor oggi fratelli e concittadini (sic). 
  
La sua fondazione fu sopra duemila anni fa prima della venuta di Nostro Signore Gesù Cristo (sic); dopo gli abitanti edificarono un tempio a Cerere, figlia di Ope e di Saturno e gli sacrificarono come a Dea con costituirvi sacerdoti speciali e si vede chiaramente in alcune lapidi che si trovano nelle mura antiche della Chiesa parrocchiale dove era il detto tempio con l'iscrizione SACERDOS CEREALIS ed altre che oggi non si intendono per esser corrose dal tempo. 
  
Della sua antichità ne fa testimonianza l'iscrizione lasciata in una rupe a' piedi d'una montagna dagli antichi Romani a tempo della famosa battaglia tra essi e i Sanniti, anzi nella guerra sociale e l'italica che i Romani contro gli altri Italiani ebbero; dovendo passare per alcuni strettissimi passi hora chiamati di Pietramara, rassomiglianti alle antiche Termopili, dubitando di qualche sinistro evento, conforme a quello patito nelle forche caudine e vedendosene, conto ogni loro aspettatione liberi, ne posero un'atte... memoria ad onor di Giove nella rupe della montagna dov'e più stretto il passo, come si legge ancor oggi, parte della quale e la sottoscritta: 
d.I.m........................ .........................fecit 
lovi M. marmo 
dium posuit 
votum animo I.s. 
I.IO.............................. 
  
Viene confermato ancor l'esser suo antico dall'antichità de' nomi ch'ancora si ritengono e particolarmente de' fonti dedicati a Dei, come la Triareccia dedicata alla Luna per esser dea triforme secondo gl'antichi, Fonte Vertunno al Dio Vertunno e la Fonte di Giove, hoggi correttamente detta la Fonte di Jovaccia. 
  
Dagl'iscrittioni dell'antichità di Arpino si raccoglie che fosse posseduto dalla famiglia di Cicerone oltre che chiaramente si vede dalli vestigi della villa ciceroniana che teneva, da due miglia incirca lontano, nella campagna verso Oriente, vicino il fiume dove si trovano grandissime lapidi marmoree ben lavorate che additano esser ivi stato l'edificio considerabile e si vede fra l'altro qssere stato un arco, fra le quali ven'era una con la seguente scritta: 
C. Babulius C.F. Ter Scaurus 
C. Babullio M.F. Ter Scauro Patri 
Aciliae C.F. Matri 
M. Babullio C.F. Ter Ciceroni 
Fratri 
Dappo (sic) la nostra Redentione fu posseduta dalla nobilissima famiglia D'Aquino all'hora posseditrice del Gran Camerlengo del Regno, trasferita poi nella casa d'Avalos de' Marchesi del Vasto, da Antonella, ultima di quella famiglia, circa gl'anni 1340 dalla nostra Redentione, da quali Signori si teneva a cuore più d'ogni altra loro terra, havendovi concessi molti privilegi e l'estate vi venivano a diporto le Signore Marchesi. Si ha da Febon nel suo Lib. 3 de Hist. Mars. che Giovanna prima Regina di Napoli, figlia del Re Ruberto, in occasione di portarsi in Sulmona a sedare alcune civili discordie ivi insorte, passo per Opi con la Contessa d'Aquino ed altre dame; ivi si riposo alcuni giorni et andando a spasso in una fontana vi rilascio il nome della fonte della Regina. 
  
Nel secolo passato fu posseduta da' Signori paesani famiglia de' Cimini et hoggi vien posseduta dalla nobile famiglia De Arcangelis della Terra di Scanno, in spiritualibus dal Vescovo de' Marsi. Opi fu prima castello chiuso e forte, hoggi terra aperta, sta situata fra una corona di montagne nel fine della provincia d'Abruzzo Ultra ne' confini della Terra di Lavoro. Risiede in mezzo d'una valle nel seno di dette montagne sopra un monticello che attraversa detta valle in mezzo a guisa d'un cavallo e il di cui capo verso settentrione vien mozzo da balzi e dirupi che formano una foce, passandovi a basso il fiume e declinando il monte verso mezzogiorno gli rende una salita alquanto commoda.

Verso Oriente et Occidente va quasi a piombo e non si può salire se non con molta fatica; il Monte e dappertutto nudo di modo che rende il luogo cosi forte dalla natura, che solo dieci huomini ponno ripararsi da eserciti intieri et e quasi un miglio di altezza; et essendo il luogo esposto a tutte le regioni e bersagliato da tutti gl'eventi a segno tale che l'inverno e cosi orrido per il freddo e neve grande che vi casca, e giacci, che gli poveri abitanti per cosi dire non ponno mai uscir dalle case ne scostarsi dal fuoco. All'incontro e cosi delitioso e dilettevole l'estate con un'aria (sic) cosi (sic) soave e temperata che vi potrebbe villeggiare e delitiare qualsiasi (sic) personaggio come molte volte hanno fatto gli Signori del Vasto possessori, essendovi cacciagioni di volatili, cioè pernici, starne, colombi, tortore, quaglie, arciere (sic) e altri infiniti uccelli; de' quadrupedi vi sono in abbondanza lepri, volpi, martore, orsi, lupi, leopardi, gattopardi, lupi cervieri e molte altre specie fra le quali, nelle montagne verso oriente, che sono quasi inaccessibili et in più luoghi non vi si può andare da nessuna maniera per gli balzi e dirupie scoscese, vi sono gran quantita d'animali detti da' paesani Camosci, simili in tutto a quei caproni dell'Indie Orientali, a' quali si trova il Bezoar, e ne gli camosci vecchi ancora vi si trova la Pietra Bezoar, e sara difficile si trovino in niuna altra parte dell'Europa. 
  
In queste montagne dove stanno questi camosci, vi e ancora una singolarità d'alberi, essendovene una specie detta Sappini 68 pe' quali ne fa mentione Vitruvio nel suo libro. La fronda di quest'alberi e sempre verde, et e quasi simile a quella del cipresso con produrre le pigne; sono altissimi et equali, dritti, se ne servono per coprire le chiese e case grandi et in tempo d'estate gli luoghi coperti da questo legname rendono un suavissimo odore, per essere molto resinosi, di modo ch'intaccandosi l'albore al piede, vi scorre ottimo incenso, il legname verde brucia come torcia a vento, e la poverta de' paesani, quando il tempo e scarso d'oglio formandone piccole fiaccole, se ne serve per lume in cambio dell'oglio. 
  
Inoltre l'acque de' fiumi producono trote cosi delicate che non vi e comparatione; da quattro miglia più sopra, territorio di Gioia, da una piccola sorgente ha origine il renomato fiume dett'Il Sangro, quale con l'acquistar paese acquista tributi e va sempre crescendo e scorre per la Valle in mezzo del paese. Per una valle verso settentrione vi cala un ruscello detto Vandra che ben spesso mutato in torrente cresce il fiume. Dai monti verso mezzogiorno, da più capi di sorgenti si forma un fiume detto Fonnillo, che macina gli molini e batte le valchere e poi s'unisce con il primo fiume et e acqua cosi fredda ch'in uno dei capi, ch'e l'accennato Fonte detto la Tirareccia, ponendovisi vasi di cristallo di maiolica per rinfrescare qualche cosa, restano in men d'un hora spezzati dalla gran freddezza; e la trota ivi generata e di grandissima stima essendo generalmente più nobile assai de' carpioni. 
  
Il paese poi e abbondantissimo di fontane essendovene ancora nelle cime delle più alte montagne, ch'apportano meraviglia et oltre le presc...... dedicate a Dei, e della Regina, vi sono dell'altre renomate e sono: Fonte dell'Episcopo, Fonte Ruggero, Fonte de' Cimenti, Fonte Tommara, Fonte della Macchia, Fonte Carnevale e molte altre e nella sommità quasi del monte abitato vi e una fontana, dove si serve il pubblico, acqua cosi pura che gli signori medici la danno senza alteratione alcuna agl'infermi. Nelle montagne, in più d'un luogo, vi sono nevere fatte dalla natura cosi grandi e profonde dove senz'industria vi sta riposta neve ghiacciata che vanta l'età con monti stessi. 
  
Dentro l'abitato si scopre tutta la sua campagna, nella quale, verso occidente, a' pie del monte, al piano, con bella simmetria, ogni cittadino vi ha la sua stalla di fabrica per tenere gl'animali l'inverno, che formano come un'altra terra e vi scorre l'acqua dapertutto avanti le porte, con comodita grande per gli animali. Con esservi una pianura da sei miglia incirca di circuito e vi scorre il fiume in mezzo, e quest'e una prateria, c'oltre il fieno che serve per gli cittadini, se ne cava ogn'anno grossa somma di danari da quello che si vende a Forestieri circonvicini, facendovisi nel ricogliere del fieno, nella fine di luglio una bella fiera libera, concorrendovi a comprare tutti gli vicini e dura tutt'il tempo che vi vuole a rimettere il fieno. 
  
Da la parte d'oriente poi, tirando il fiume per mezzo la valle, vicino al fiume v'e una bellissima villa con giardino, prati e territori di tre miglia di circonferenza, posseduta da la famiglia De Rossi Paesani. Più basso v'e un casale diruto con la chiesa di Sant'Elia e camminando verso oriente, ancora al lato del Sangro fiume, vi e la villa ciceroniana diruta. La campagna e sterile, producendo solo frutti selvaggi e glianne (sic) in quantità, nelle quali vi si trova ancora qualche cignale; e quel poco che si coltiva produce assai grano e qualche legume; il resto sono pascoli ottimi per gl'animali l'estate; sono selve e balze e dirupi che non si può misurare, cascando le confini de'  luoghi convicini per le cime de' monti aspri; misuratosi bensi da un nostro virtuoso trigonometra e di circonferenza da 70 miglia in circa. 
  
Verso oriente dove si dice Pietramara ivi e l'inscrittione del voto fatto a Giove da' Romani et e un passo angustissimo, mentre da una parte vi e una gran schiera di monti che quasi termina in quella rupe dov'e la scritta e dall'altra parte vi e un colle cangiante con altri altissimi monti, gl'uni e gl'altri portioni de' gl'appennini e per mezzo passa il fiume con uno strettissimo vado fatto a forma di sette (sotto) dell'incrittione e la confina con la Rocca tra Monti, il feudo e Civitella. Da settentrione con la terra di Scanno; da mezzogiorno con la Terra di Lavoro, cioe con il Stato d'Alvito, San Donato e Settefrati per dove ancora vi e una via angusta e difficoltosa per la montagna in mezzo la selva detta Forca d'Acera; e verso occidente confina con la terra di Peschio Asseroli e per la v'e la strada di piano e carrozzabile. 
  
La grandezza dell'abitato girava prima secondo gl'edifici diruti da due miglia; hora gira solamente quasi un miglio posta per longo sopra il colle di fianco ad oriente. Diruta dal terremoto più volte et ultimamente abbattuta nell'anno 1654 al di 24 di luglio, dappo s'e rialzata al miglior modo che s'e potuto essendo le case rifatte di primo e secondo e ancora di terzo ordine; vi sono delle palazziate guarnite con portoni, finestre a cornicioni e balconi di bella pietra bianca marmorea, e v'e un'entrata con nobil piazza a modo d'anfiteatro. In mezzo del luogo vi e la chiesa parrocchiale sotto il titolo di Santa Maria Assunta e riedificata doppo l'ultimo terremoto del 1654, tutta guarnita di belle pitture per mano di buoni pittori. Vi sono moltissime reliquie di SS. Martiri e Vergini, quasi tutti gli Apostoli, della Veste della Beatissima Vergine Madre di Dio, del legno della Santa Croce e vi e un dente di San Giovanni Battista protettore del luogo. 
  
Adesso s'e dato principio ad una nuova Chiesa secondo il disegno della quale fabrica avendone cura il Dr. Sig. Giochino de Rossi, si opera con brevità di tempo ridursi a fine. Fuori le mura v'e la chiesa di San Rocco et al pie del monte nella strada verso mezzogiorno v'e la chiesa di S. Maria delle Grazie tutta messa in ore con una bellissima statua antica e miracolosa dove la gran madre di Dio continuamente dispensa grazie a' suoi devoti e v'e l'eremita. Tre miglia in fuori verso mezzogiorno al piede della montagna, dove nasce l'acqua de' mulini, v'e la chiesa di S. Nicola e vi sono anticamente stati gli monaci cistercensi; si vedono da un miglio più aspro della selva varie casette dirute dove quei padri antichi a guisa di anacoreti si ritiravano solitari a far penitenza e quelle casette hoggi ancora ritengono il loro antico nome di celle; nella chiesa ora vi sono quattro eremiti. 
  
Questo presente anno 1711 in un monte vicino et dirimpetto all'abitato di la dalla foce passato il fiume verso settentrione, dove si dice l'Intera, s'e trovata una grotta grande con una miniera d'alabastro e vi si vedono molte colonne formate dalla natura e dal ricolamento delle acque del monte quale battute e picchiate rendono un bellissimo suono. Riuscendo la miniera e perfettione che tiri avanti, apporterà grand'utile a cittadini. Il luogo viene ripieno da seicento e più abitanti di buona natura e creanza e di assai talento; mentre applicati a qualsivoglia professione sono di riuscita benigni, affettuosi e docili con l'equità e buonafede; altrettanto bizzarri e sdegnosi se si vedono in qualche modo gravati. Il loro parlare s'accosta quasi al vero toscano. 
  
Gl'huomini applicano a diversi mestieri, essendovi architetti, pittori et indoratori, maestri scarpellini, fabbricatori, calzolai, falegnami p'ogni sorte, compassatori et notari, quali sempre camminano d'intorno; e gli altri sono agricoltori e pastori. Vi sono più dottori e vi sono state sempre gente applicata alle lettere, le donne poi, tutte indifferentemente posseggono l'arte del cucire cioe il sarto e fanno buono panni di lana. La Chiesa parrocchiale viene officiata da sette sacerdoti secolari cittàdini, fra gli quali oltre al rev. arciprete, persona dotta, vi sono tre teologi e predicatori e v'e il vicario lateranense. 
  
Nella chiesa di S. Maria delle Grazie vi e il beneficio con l'Abbate. Si ha nelle memorie da frati francescani in Capestrano che nella crociata assieme con S. Giovanni di Capestrano vi andasse un fraticello laico d'Opi e che morisse Santo, stando il suo corpo intatto in Buda. Fra gli letterati insigni che se ne ha memoria nel sec. XV della nostra redentione visse, da secolare, il Dr. Paolo Paglia che governo Preside in più provincie del regno e nel secolo trascorso ha vissuto D. Dionisio Baresio dottore e teologo insigne, quale ha governato molt'anni nell'ecclesiastico e precise nella città di Velletri, con esercitare diverse cariche nella Rota Romana. Mori in fama di santita nell'anno 1688. 
  
Che vi siano stati huomini celebri nell'armi per essere stato il luogo più volte distrutto non ve n'e memoria, solo si scrive nell'antica Atina che il tempo delle guerre italiche, ritrovandosi la città d'Atina assegiata e ridotta a mal partito da' romani, vi calo un guerriero da Opi, il quale sfidati a singolar tenzone gli più noti degl'assedianti, li vinse e libero Atina da quell'assedio. Per le rovine de' terremoti in diversi tempi più volte sortite non si trova distinta memoria che vi siano successi fatti d'arme.
 
Ma e probabile di si mentre per la campagna verso oriente dappertutto alla giornata si scoprono sepolcri dove con l'ossa dei seppelliti vi si trovano diverse armi benché distrutte dalla ruggine come sono spade, cimieri, bracciali e fibie di diverse sorti e fra gl'altri attesta il dott. Angelo Antonio Rubino, cittadino vivente, huomo sensato e di credito, che da venticinque anni addietro, ritrovandosi fuora con gli suoi garzoni che lavoravano in un campo detto la Vicenna del Molino, scopersero uno di questi sepolcri et apertolo in sua presenza, oltre il cimiero, spada e diverse fibie, vicino alla testa del sepolto vi era un vaso di metallo et apertolo si smorzo un lume che dentro vi era et accerta che fosse lume eterno segno ch'il sepolto ivi era persona di qualità rimemorabile, non ponendosi tali segni anticamente in sepolture di persone plebee ma solo in quelle di gran personaggi. 
  
Si ha per traditione commune, ch'a tempo che gl'antichi Romani guerreggiavano con gli Sanniti, sdegnati per esser stati da quelli gravati mettevano a ferro e a fuoco tutto il paese dove arrivavano e che all'hora distruggessero molti luoghi nell'Abruzzo e passando l'esercito romano per cola, gl'abitanti d'Opi si difendessero bravamente, uscendo in campo a combattere, e finita la guerra, le persone più celebri fossero seppelliti (sic) per la campagna in quei sepolcri et i corpi della gente bassa gli bruciassero; e questo la rende più certa, mentr'all'hera gli Romani intimoriti, lasciarono il preaccennato veto a Giove nella rupe del luogo, dove si dice Pietramara. E questo e quanto al scrittore glia (sic) parso convenevole della publica notizia". (di Anonimo) 
 
Testi tratti dal libro Storia di Opi
 
 
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