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Decadenza e fine delle baronie
Testi a cura di Andrea Di Marino  maggiori info autore
L'inizio dell'Ottocento e caratterizzato dall'occupazione Napoleonica (se pur per un breve periodo) del Regno di Napoli annesso al Regno d'Italia; in particolare, l'Abruzzo fu amministrato da Gioacchino Murat. Nel 1806 il fratello di Napoleone, Giuseppe Buonaparte, Re di Napoli, emano la "legge sull'abolizione dei Feudi". Di conseguenza, in seguito alla legge del l' maggio 1816, la quale voleva i comuni al di sotto dei mille abitanti uniti a quelli immediatamente limitrofi, veniva decretata l'unione amministrativa tra Opi e Pescasseroli. 
  
Nel 1807 un altro terremoto si abbatteva sulla terra di Opi, governata all'epoca dal Barone Orazio Serafini, che qualche tempo dopo, precisamente il 17/12/1820, denunciava l'incendio del Mulino e della gualcheria di Opi. Con l'abolizione del "feudalesimo", Opi liberato da tasse e balzelli vari contribui alla "Campagna di Russia" voluta da Napoleone, donando numerosi cavalli all'esercito francese per rimpiazzare le perdite subite da quella Cavalleria in seguito all'inclemenza del clima nel nord della Moscovia. Dopo il 1820 subentrarono gli ultimi Baroni di Opi della famiglia Rossi, tra cui si distinse il dottore in Legge Vincenzo Rossi, che si adopero tenacemente per far tornare Opi comune indipendente. 
  
Questi risiedevano nel Palazzo Comunale da loro 140 stessi edificato alla fine del '600, ed in seguito, verso la meta del '700, edificarono di fianco la loro cappella privata, dedicata a San Giovanni Battista, di sobrio stile Barocco Abruzzese. Un altro componente della famiglia, Gioacchino Rossi, intorno al 1820, diffuse il movimento della "Carboneria" ad Opi che aveva come motto "Li Marsi uniti al Sangro" (con la Dea Ope in atteggiamento marziale sullo stemma). Negli anni a venire, non avendo avuto eredi maschili, e con la morte del sacerdote Don Gian Camillo Rossi, avvenuta nei primi anni del '900, si estinse la suddetta famiglia. Il loro Palazzo Signorile venne acquistato dal Comune di Opi, tra il 1917 ed il 1920, dall'allora Sindaco Cimini Pasquale. Nel 1809 il Comune non potè vendere il fieno perché non fu raccolto dai pascoli dal momento che erano "sommersi dalle varie orde di briganti a cavallo, che infestavano queste contrade". 
  
Nel 1812 la banda dei briganti Matera e Bucci, con tredici loro seguaci, saccheggiarono due famiglie di Opi. In loro soccorso giunse il Tenente Liberatore da Castel di Sangro con ventitre legionari, ma i briganti erano gia fuggiti nei boschi limitrofi. A seguito del saccheggio di Opi, fu aperta un'inchiesta, perché c'erano dei sospetti su alcuni abitanti locali che avrebbero favorito il Matera; furono accusati Luca Tarquinio di Pescasseroli e Remigio Tatti di Opi. Il Tarquinio venne incolpato di aver somministrato viveri ai briganti; pertanto fu trasferito in carcere a L'Aquila; il Tatti, invece, mentre tornava a casa dalla sua stalla, fu raggiunto prima da uno e poi da tutti i componeni la banda del Matera e obbligato a rifornirli di cappotti e di carne per poi rimanere nel luogo detto "La Croce". 
  
Non ascoltando l'ordine dei briganti, l'opiano se ne torno nella propria abitazione, da dove non usci che il giorno seguente; poichè fu obbligato con la forza e non per sua scelta, la pena fu leggera, rimase qualche giorno in carcere prima di essere rimesso in liberta. Il 21 settembre del 1838 alcuni Opiani reclamavano alle autorità competenti che due Pescasserolesi avevano trattenuto la somma di 200 ducati dal ricavato dell'affitto degli erbaggi estivi del loro paese, con l'intento di favorire la causa della separazione. Ma Opi in seguito alla richiesta di separazione da Pescasseroli, in data 14 agosto 1819, aveva ricevuto un esito negativo. 
  
Le motivazioni del rifiuto si basavano su alcuni punti: 1) la popolazione di Opi era inferiore a mille abitanti, requisito richiesto dalla legge del l' maggio del 1816 per fare Comune autonomo; 2) Opi non aveva rendite sufficienti per il suo mantenimento e non aveva persone eleggibili a cariche amministrative; 3) infine, dal momento che era in costruzione una strada tra i due paesi, una separazione avrebbe bloccato il completamento dell' opera. Il 15 giugno del 1848 Opi era tornato ad avanzare nuovamente all'Intendente della provincia de L'Aquila le proprie rivendicazioni d'autonomia. Il 12 giugno del 1853, su richiesta del ministro, venne preparata una bozza di bilancio preventivo a favore di Opi. Il 23 ottobre dello stesso anno, con un Real Decreto venne sancito che dal l' gennaio 1854 i due comuni fossero separati, ed ognuno avesse una propria amministrazione. Pur avendo separato i loro confini nel 1811, il ricavato dei boschi della Val Fondillo e di valle Fredda andava tutto a vantaggio di alcuni decurioni di Pescasseroli e della famiglia Sipari. 
  
Sempre nello stesso anno, gli abitanti di Opi avevano reclamato per il fatto che erano stati gravati del dazio sul macinato, mentre nel 1825 si ostacolo la creazione di un mulino nel paese. Nel 1832 furono multati perché praticavano dei fossi lungo le strade interne del paese. Il 20 aprile del 1849 Luigi Cimini, rappresentante di Opi all'interno del decurionato comunale, durante le dispute della separazione tra i due comuni, denunciava intrecci di ruoli e di interessi poco limpidi. Ma se le accuse del Cimini potevano essere viziate da ideali campanilistici, quella del 1829 risultava essere veritiera. Infatti, il 17 gennaio del 1861 i cittàdini di Pescasseroli si lamentavano al governatore della provincia asserendo che il cancelliere comunale "e un masnadiero che manomette i patrimoni comunali" a favore della famiglia Sipari. 
  
E' nella risposta del Sipari che emergono sospetti sul vero obiettivo da raggiungere: "Se il comunismo dei pascoli fosse la distruzione del brigantaggio, i consigli comunali di Pescasseroli non avrebbero, nel trascorso anno, fittato i pascoli di San Donato, di Opi, di Gioia dei Marsi, di Celano e di Aielli arricchendo i comuni alieni con altissimi pagamenti ed impoverendo il proprio comune. Le autorità della provincia potranno interrogare il sinda143 
co ed il municipio che furono quelli che, nel 1866, fittarono ad altissimo prezzo i pascoli d Opi; e nel mentre il comune di Opi ottenne dai consiglieri comunali di Pescasseroli il guadagno del 37% sul prezzo imposto alle montagne, i consiglieri comunali di Pescasseroli fecero perdere al proprio comune oltre le lire 6.000 in paragone dell'anno 1865, ecc. ecc.". 
  
Nel frattempo, il territorio di Opi fu infestato da bande di briganti tra le quali la più pericolosa fu quella di Domenico Fuoco. Il 4 dicembre del 1865 alcuni dei suoi uomini catturarono nel bosco di Valle Fredda un certo Francesco De Luca che ivi si trovava a fare la legna. Minacciato di morte ed accompagnato da una brigantessa di nome Annunziata, fu costretto a recarsi dall'Arciprete di Opi Leopoldo Cimini per procurare viveri alla banda. Il ricatto non riuscì e la brigantessa venne arrestata e gli altri briganti costretti a fuggire. La crudeltà di Fuoco si manifesto ancora il 6 giugno dell'anno successivo, quando assieme alle bande di Guerra e Cedrone trovarono rifugio nelle montagne di Pescasseroli ed Opi, praticando estorsioni, minacce e ricatti di ogni genere.
  
Per un po' di tempo Domenico Fuoco si rifugio in Molise, ma nel dicembre del 1866 entro nuovamente nel territorio di Opi dove ebbe uno scontro a fuoco con i militi locali, riuscendo comunque a dileguarsi nei boschi attorno ad Opi. Appena raggiunta l'Unita d'Italia, si verifico ad Opi un episodio singolare: il 9 settembre del 1861, poichè i cittàdini erano favorevoli ai Borboni, non vollero riconoscere il tricolore e istigati dal Parroco Leopoldo Cimini assalirono la locale Guardia Nazionale al grido di "Viva Francesco II e morte a GaribaIdi". 
  
Nello scontro fu ferito un Ufficiale della Guardia Nazionale, Carlo Ricci, mentre il Parroco Leopoldo Cimini, assieme ad una donna, Nunziata Di Vito, venne arrestato. Nel 1884 inizio la grande emigrazione verso le Americhe e in 15 anni, fino al 1899, emigrarono ben 520 Opiani. A distanza di un secolo a Detroit si e radicata una forte comunita di Opiani. Il paese di Opi subi quindi non solo un grande spopolamento dovuto alle emigrazioni verso le Americhe, ma subito dopo, il 31 luglio del 1901, si abbatte sulla popolazione un disastroso terremoto, come testimoniato dalla circolare del 9 agosto 1901 che il Vescovo Marsicano invio a tutti i parroci della sua diocesi. 
 
 

Testi tratti dal libro Storia di Opi
 

 

 
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